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Le overview generate da intelligenze artificiali, come quelle di Google Gemini o Bing Copilot, stanno cambiando il modo in cui accediamo all’informazione online. Risposte sintetiche, pronte, visibili in cima alla SERP. L’utente legge e va oltre, spesso senza cliccare.
In questo contesto, è legittimo chiedersi: ha ancora senso scrivere articoli approfonditi per il blog aziendale?

Cosa sono le AI Overview
Le AI Overview sono risposte generate automaticamente dai motori di ricerca, progettate per comparire in cima ai risultati e fornire sintesi rapide e complete. Non si limitano a visualizzare uno snippet o una definizione: combinano più fonti affidabili e producono un testo originale, generato da un modello linguistico. In pratica, l’utente ottiene una risposta immediata, già pronta, spesso senza bisogno di cliccare su nessun sito.
Google le ha introdotte con la sua Search Generative Experience (SGE) e Gemini, ma anche Bing ha implementato sistemi simili. Questi box generativi appaiono per ora su un numero selezionato di query, soprattutto informative, e includono link alle fonti utilizzate, ma in posizione secondaria.
Sintesi immediata, i clic sono sempre più rari
Il principio delle AI Overview è semplice: fornire risposte complete senza costringere l’utente ad aprire altri link. L’informazione è lì, servita in pochi secondi.
Questo sistema è comodo, ma cambia radicalmente il comportamento online. I siti smettono di essere la destinazione finale, diventano una fonte indiretta, e spesso poco visibile. Anche se oggi le overview includono un box con i link alle fonti, la loro presenza resta secondaria rispetto alla risposta generata.
Per molte aziende, il traffico organico inizia a calare. I blog informativi vengono ancora letti, ma meno cliccati.
Eppure, è proprio in questo nuovo equilibrio che si nasconde un punto chiave: senza contenuti di qualità, l’AI non ha nulla da sintetizzare.
Le AI Overview dipendono dalle fonti: ecco perché i contenuti servono ancora
Le overview non sono generazioni “pure”: pescano da contenuti pubblicati online, strutturati, credibili. Questo significa che i contenuti di qualità rimangono il carburante dell’intelligenza artificiale.
Ma non tutti i contenuti vengono usati. I modelli selezionano le fonti secondo criteri sempre più simili a quelli del framework E-E-A-T di Google:
- Esperienza concreta (case study, risultati reali).
- Competenza verticale (non articoli generici, ma specialistici).
- Autorevolezza del dominio (citazioni, backlink, reputazione).
- Affidabilità (trasparenza, aggiornamento, chiarezza).
In questo contesto, i blog non scompaiono, ma devono evolversi. Non devono solo posizionarsi, ma essere strutturati per essere citati.

SEO: da strategia di posizionamento a strategia di selezione
Fare SEO nel 2025 non significa più inseguire le parole chiave. Significa diventare selezionabili dalle AI. L’obiettivo non è apparire in SERP, ma diventare una fonte che le AI considerano utile, autorevole e strutturata.
Questo implica:
- Scrivere articoli chiari e segmentati, con heading precisi e definizioni nette;
- Inserire dati, esempi, riferimenti concreti che l’AI può sintetizzare facilmente;
- Creare contenuti approfonditi e specifichi, non solo informativi.
Non basta dire “cos’è il marketing automation”: bisogna spiegare come si struttura una strategia, quali piattaforme usare, che risultati ha generato in uno specifico contesto. L’utente medio può accontentarsi di una overview, ma il lettore esperto cercherà ancora un contenuto completo.
Due livelli di ricerca, due tipi di contenuto
Le ricerche online non sono tutte uguali. Le overview funzionano bene per risposte veloci, query generiche, definizioni. Ma appena la domanda diventa più articolata, il lettore ha bisogno di approfondire.
Chi cerca “come resettare un router” si ferma alla sintesi. Ma chi cerca “come progettare una rete domestica stabile per smart working e domotica” cerca un contenuto più articolato, magari un confronto tecnico o un case study.
In questi casi, il blog aziendale resta un punto di riferimento, a patto che risponda con competenza a un bisogno reale. Non basta parlare di un argomento: serve trattarlo meglio di chiunque altro.
YouTube, TikTok e AI: il blog non è più da solo
Un altro aspetto emerso chiaramente negli ultimi anni è che le informazioni non vivono più solo sui siti. Tutorial, video, mini-guide, contenuti how-to vengono consumati su YouTube, Instagram, TikTok. Il testo non è morto, ma vive in un ecosistema multicanale.
Il blog non può competere con un video virale, ma può completarlo:
- con link a risorse aggiuntive,
- con esempi scaricabili,
- con contenuti tecnici non replicabili in video.
Un post originale e ben scritto può diventare la base di una strategia integrata: YouTube per la spiegazione visiva, blog per l’approfondimento, LinkedIn per il posizionamento professionale.

Oltre il contenuto: il sito web deve “fare” qualcosa
L’altra trasformazione in atto riguarda il ruolo del sito stesso. Se l’informazione viene sintetizzata altrove, il sito aziendale non può limitarsi a essere un archivio di testi. Deve diventare uno strumento.
Sempre più aziende stanno rendendo il proprio sito utile in senso pratico:
- prenotazioni online,
- simulatori e configuratori,
- tool web (calcoli, conversioni, checklist interattive),
- dashboard clienti o aree riservate personalizzate.
In questa direzione, i confini tra sito e web app si fanno sempre più sottili. E la SEO cambia ancora: non serve solo a informare, ma anche a intercettare esigenze pratiche, azioni concrete che l’utente vuole compiere.
Backlink, reputazione e contenuti “invisibili”
Anche se il traffico diretto da blog dovesse calare, gli articoli ben fatti continuano a generare backlink, citazioni e menzioni. E questo, nella logica dell’E-E-A-T e delle overview, resta un asset potente.
Un contenuto può non essere letto da migliaia di persone, ma essere la fonte di un paragrafo in una overview letta da milioni. Oppure può essere linkato da un sito autorevole che ne riconosce la qualità. Il valore di un contenuto non si misura più solo in sessioni, ma in visibilità distribuita.
Quindi: ha ancora senso scrivere blog aziendali?
I blog aziendali hanno ancora senso, ma solo se sono parte di un ecosistema di contenuti più ampio, distribuito e coerente con i reali comportamenti degli utenti. Non servono più articoli scritti per generare traffico generico o inseguire volumi di keyword: oggi il contenuto deve esistere per essere utile, anche se a leggerlo è un’intelligenza artificiale e non una persona.
È il momento di scrivere per essere selezionati, non solo letti. Di pensare il blog come parte di una strategia dove ogni formato — testo, video, microcontenuti — ha un ruolo specifico e dove la qualità, la specializzazione e la struttura contano più della quantità.
Allo stesso tempo, è anche il momento di ripensare il sito: non come semplice archivio informativo, ma come spazio attivo, vivo, in cui contenuti e funzioni convivono. Un luogo che offre strumenti reali, che semplifica operazioni, che risolve problemi.
Perché se è vero che le overview sintetizzano tutto, è altrettanto vero che senza contenuti strutturati, esperti e precisi, non ci sarebbe nulla da sintetizzare.
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